“La terra”, il fuoricampo e Sergio Rubini alla regia
Regia di Sergio Rubini. Con Fabrizio Bentivoglio, Emilio Solfrizzi, Massimo Venturiello, Paolo Briguglia, Sergio Rubini, Claudia Gerini.
La staticità e le tradizioni congelate dai campi lunghi duellanti alla Sergio Leone. Ne viene fuori un giallo antropologico pieno di misteri e di magia, qualche sagaci stoccate politiche e un mare di riferimenti letterari. Cast esemplare: il politicante Emilio Solfrizzi, l’idealista Paolo Briguglia, il farfallone Massimo Venturiello, Claudia Gerini moglie in picchiata. Su tutto, Sergio Rubini comincia a dimostrare un’ottima tecnica, con un uso del fuoricampo che si ispira a Brian De Palma (echi accentuati dalle musiche di Pino Donaggio). Già con "L’amore ritorna", Rubini aveva dimostrato una interessante capacità di manipolare materiali antropologici ed una spiccata predilezione nel virare le situazioni in giallo. Con "La terra", la narrazione scivola con eleganza sulla cerniera del detto e non detto. Così il regista-attore pugliese riesce a dire qualcosa sulla vita e qualcosa sul cinema. Tutta la narrazione è un continuo movimento di scoperta progressiva, uno strappare manifesti, uno scrostare strati di milanesità e borghesismo per vedere cosa c’è sotto, percorrendo labirintici intrecci di corruzione, violenza, affettività morbosa. Infine, il professore può tornare a casa, a Milano. Ritorno in treno con la sua compagna, ancora un pò scioccata e affamata di risposte. Il vero finale è, giustamente, buttato lì, nel frastuono di un treno che affronta un tunnel, nel buco nero sensoriale dei titoli di coda, nella distratta corsa all’uscita dalla sala, nell’imbambolata ressa del pubblico dei multiplex. Un vero mistero nel mistero, il resoconto del professore alla moglie: le sta raccontando cosa è successo in qui pochi incredibili giorni, oppure la trama del libro che ha in mano? Magari "I fratelli Karamazov" di Dostoevskij. O magari qualcosa di Verga?